Customer Minding

Neuroscience in Customer Experience

E io mi rifaccio i neuroni

Mattia Schieppati

Non sono cose così eclatanti da preoccuparsi seriamente. Però, a 43 anni, qualche scherzetto il mio cervello comincia a tirarmelo. Quel nome che proprio non viene in mente, anche se ce l’ho sulla punta della lingua. Quella dimenticanza che fa arrabbiare la moglie. Quella distrazione di troppo… Piccoli segnali inevitabili che mi dicono una cosa chiara: sto invecchiando. Anzi, il mio caro e prezioso cervello sta invecchiando.

Sì, sì, è presto per far suonare allarmi, però questi piccoli segnali portano a ragionare sul fatto che anche le funzioni cerebrali hanno un’età, e quello della nostra testolina è un percorso a parabola avviato inevitabilmente a una fase discendente.

Lavorando col cervello, il mio ma soprattutto quello degli altri, nel tentativo piuttosto nuovo di applicare alla comunicazione – attraverso le neuroscienze – le regole del cervello, e viceversa, quello dell’invecchiamento delle sinapsi degli interlocutori cui ci rivolgiamo non è un tema da poco. O da sottovalutare. I messaggi, le immagini, i colori, i movimenti, i suoni delle parole o di una canzone che compongono la comunicazione non si rivolgono a “un cervello standard”, ma sono sempre indirizzati a regioni cerebrali diverse, che stanno percorrendo una fase diversa della loro parabola vitale. Quanto e come un cervello che progressivamente invecchia recepisce questi messaggi, come li conserva, come li richiama a distanza di tempo per associarli ad altri messaggi e far scattare quelle reazioni neuronali che sono il nostro ambito di ricerca?

Non stiamo parlando banalmente di “target”, parola usurata, di comunicazioni rivolte ai Millennials piuttosto che ai settantenni. Stiamo parlando di una cosa nuova: tarare il messaggio rispetto alla fase di invecchiamento delle cellule cerebrali, che ha poco a che vedere con i cluster anagrafici dell’età. È possibile? E come? È un campo totalmente aperto.

Esplorandolo, ci siamo imbattuti nei risultati di una ricerca scientifica – tutta italiana (nelle neuroscienze il nostro Paese va forte, c’è poco da fare…) – che allarga ulteriormente il campo. E getta semi interessanti di futuro. All’Università di Torino Il gruppo di ricerca del prof. Luca Bonfanti del NICO (Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi) è riuscito a individuare dei neuroni “immaturi” in zone inedite del cervello. Una scoperta che, di fatto, apre nuovi scenari per compensare la scarsa capacità del cervello di rigenerarsi. Fino a oggi, le ricerche sulla plasticità cerebrale hanno puntato sulla scoperta che il cervello può generare nuovi neuroni (la neurogenesi adulta). Seguendo questo filone di ricerca, al NICO si sono accorti che esistono due tipi di neuroni “giovani”: quelli generati ex novo nella neurogenesi adulta e altri, prodotti prima della nascita ma che rimangono in uno stato di “immaturità” per tempi indefiniti, come cellule “in stand by” in attesa di essere utilizzate. Questi neuroni immaturi sono stati osservati per la prima volta negli anni ’90 nei roditori di laboratorio (topi e ratti), confinati nella parte evolutivamente più antica della corteccia cerebrale: la paleocortex.

Studi successivi realizzati nel laboratorio di Neurogenesi adulta del NICO hanno mostrato che gli stessi neuroni sono presenti anche nel neocortex (la parte più recente e più nobile della corteccia cerebrale) in altre specie di mammiferi con aspettativa di vita più lunga dei roditori. Oggi il gruppo di ricerca può confermare che tutti i neuroni della corteccia cerebrale sono effettivamente “immaturi”. Inoltre, e non senza sorpresa, i ricercatori hanno scoperto che lo stesso tipo di neuroni è abbondante anche in altre regioni “inedite” del cervello, tra cui alcune importanti nella gestione delle emozioni e degli stati coscienti (come l’amigdala – detta anche “il centro della paura” – e il claustro – che si ipotizza sia “il centro della coscienza”).

Lo studio – pubblicato sul Journal of Neuroscience – si è avvalso di una tecnica che consente di marcare i neuroni in divisione già dalla vita fetale, usando la pecora come modello animale con aspettativa di vita relativamente estesa (15-20 anni) e cervello relativamente grande, situandosi sostanzialmente a metà tra il topo e l’uomo. «Questi risultati», spiega Bonfanti, «confermano l’importanza dei neuroni immaturi in alcune specie animali rispetto ad altre, aprendo la strada a studi sulla distribuzione filogenetica nei diversi ordini di mammiferi, uomo incluso, e suggeriscono che questo tipo di plasticità potrebbe essere stato “scelto” nel corso dell’evoluzione da specie con ridotte capacità di neurogenesi (come la nostra). La possibilità di disporre di una “riserva” di neuroni giovani all’interno della parte più nobile del cervello è una prospettiva allettante, soprattutto se pensiamo a possibili ruoli nella prevenzione dell’invecchiamento cerebrale».

Sarà possibile quindi, in un domani magari neanche troppo lontano, “dare una rinfrescata” al cervello risvegliando giovani cellule all’occorrenza, così come si fa con due gocce di botulino a quelle brutte borse sotto gli occhi? E questo significa che il cervello si troverà a “reinsegnare” alle giovani cellule auto-generate i meccanismi di memoria e di apprendimento? E significa quindi che anche il nostro modo di fare comunicazione verrà percepito in maniera diversa a seconda dei processi in atto di ringiovanimento progressivo dei diversi cervelli? Basteranno le neuroscienze a mappare tutte queste dinamiche?

Troppe domande, mi è quasi venuto il mal di testa. Sarà l’età che avanza….

 

Next Post

Previous Post

Leave a Reply


©2019 MIND:IN

Room69 Srl | P.IVA 08560920962 | Privacy | Cookie