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PER I CONSUMATORI DELL’ERA COVID-19 CI VORREBBE SHIRLEY TEMPLE.

Enrico Morandi

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Ti prego, dimmi che conosci Shirley Temple (altrimenti, potrei davvero finire col sentirmi troppo vecchio!).

Al di là delle mie velleità di eternità, Shirley Temple fu una famosa enfant prodige del cinema hollywoodiano, interprete di oltre 50 pellicole e nota con il soprannome di riccioli d’oro per la capigliatura bionda e boccolosa. Interpretava bambine amorevoli ma dotate di intelligenza, acume e raziocinio inusuali. Sapeva cantare e ballare. Raggiunse un successo stratosferico, tanto che, negli anni ’30, fu tra le star più pagate, superando icone come Greta Garbo.

La peculiarità interessante – e qui, ti invito a calarti nell’era covidiana che stiamo faticosamente vivendo – è che la Temple divenne famosa nei momenti più gravi della Grande Depressione Americana. Nei suoi film, portava a una popolazione afflitta e depressa, schiacciata da quella che ancora oggi viene citata come la peggiore catastrofe economica della storia, speranza e ottimismo.

Franklin D. Roosevelt favorì le produzioni cinematografiche sottolineandone l’importanza nel creare un’atmosfera favorevole alla ripresa. Ebbe a dire: “finché il nostro Paese avrà Shirley Temple, noi staremo bene (…) È meraviglioso che per pochi centesimi ogni americano possa entrare in un cinema e vedere il sorriso di una bimba che gli ridarà la forza di andare avanti”.

I personaggi che interpretava la Temple erano bambine con almeno un genitore morto (o in pericolo di vita) angariate da qualcuno intenzionato ad allontanarle dall’unica persona adulta cui erano legate, spesso anziana. Questo consentiva al pubblico adulto di identificarsi nel genitore perché la fanciulla, dolce e bisognosa di amorevoli cure, ispirava senso di protezione.

 

Mi chiedo: di questi tempi, dovremmo forse inventare una nuova Shirely Temple?

Stiamo per affrontare un autunno fatto di alti e bassi, in balia di bollettini giornalieri (come durante la guerra) sull’andamento degli attacchi del nemico. Avremo pochi appigli, saremo shakerati, proveremo stati di euforia subito sostituiti da sentimenti depressivi.

Serve qualcuno, o qualcosa – o, comunque, un’idea – che ci permetta di fornire un senso di protezione alle persone (e ai nostri consumatori e clienti), affinché – nonostante l’incertezza e l’imponderabilità del domani – possano andare avanti con fiducia.

Lo psicologo Martin Seligman negli anni ’60 condusse degli esperimenti che più tardi lo portarono a codificare un atteggiamento umano noto come Stile Esplicativo Pessimistico od Ottimistico. Nel primo caso, gli individui tendono a incolpare sé stessi per eventi negativi: convinti che tali eventi continueranno indefinitamente, lasciano che influenzino molti aspetti della loro vita; nel secondo caso rientrano persone più inclini a incolpare forze esterne per gli eventi negativi: ritengono che tali eventi finiranno presto, non lasciano che li influenzino particolarmente.

Seligman ritiene possibile modificare lo stile cognitivo di una persona incline a interpretare il mondo in maniera pessimistica attraverso l’insegnamento dello stile esplicativo ottimistico.

Le moderne tecniche neuroscientifiche hanno osservato in persone sane e ottimiste – sottoposte a test, in cui immagini di future situazioni positive sono comparate a eventi negativi – un’incrementale connettività fra la Corteccia Cingolata Anteriore (ACC) – parte della corteccia cerebrale dove elaboriamo, a livello inconscio, i pericoli e i problemi, e l’Amigdala – che, come sai, è responsabile di una efficiente regolazione delle emozioni.

Infine, la tendenza umana alla miseria o all’estasi è certamente indotta parzialmente dai geni ma altrettanto dall’ambiente in cui viviamo, dalla nostra condizione di salute e dalle nostre personali esperienze: la combinazione di tutte queste  innesca la depressione o ci protegge da essa.

Insomma, soprattutto di questi tempi, per avere successo nelle strategie di coinvolgimento delle persone è cruciale somministrare stimoli positivi. Ciò non significa negare la realtà – e nemmeno sfruttarla, come abbiamo visto in troppi casi di marketing communication – ma ammetterne la portata depressiva e, di riflesso, favorire una connessione positiva fra ACC e Amigdala fornendo la tua, personale Shirley Temple.

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